Oualalou+Choi: i nostri progetti radicali, primitivi, necessari

by • 10 ottobre 2015 • Interviste, Mosaico2390

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Incontro con la coppia di architetti emergenti del panorama internazionale, progettisti del padiglione del Marocco all’Expo, giudicato tra i migliori

 

Sono “giovani” (around 40); emergenti (numerosi i premi e i riconoscimenti, a partire dal 2009 con l’Aga Khan Award e l’AR Emerging Architecture Award); provengono da mondi diversi (lei coreana di nascita e statunitense di adozione; lui marocchino trapiantato giovanissimo in Francia); compagni di vita e di lavoro (dopo esperienze estere, nel 2001 fondano a Parigi lo studio Kilo Architectures, poi ribattezzato Oualalou+Choi, con una sede a Casablanca); insegnano in diverse scuole (tra cui Harvard, MIT, Paris Malaquais, Rhode Island School of Design, IUAV Venezia, Rice University); il loro padiglione del Marocco ha ricevuto la menzione d’onore al concorso per le migliori architetture dell’Expo 2015 bandito da In/Arch, Ance, Cnappc, Federcostruzioni e Oice.

Li abbiamo incontrati a Venezia in occasione dei W.A.Ve 2015, i workshop di progettazione che annualmente l’Università IUAV organizza a luglio, invitando architetti di fama internazionale. Nella città lagunare la coppia era già stata con l’esposizione «Young Arab Architects», organizzata da Architecture Studio durante la 13. Biennale di Architettura, presentando il Museo archeologico di Volubilis. In oltre dieci anni di attività alle diverse scale e tipologie (dal masterplan all’arredo, dallo stadio alla piccola casa), l’idea di processo architettonico veicolata da Oualalou+Choi è chiara: la necessità di preparare il progetto prima del suo arrivo; una sorta di costruzione formale, programmatica, attuativa, prima ancora dell’inizio della fase progettuale. Una sensibilità che li porta a immaginare il progetto e a considerarne i cambiamenti nel periodo di vita dell’opera.

«Flij» (foto di Luc Boegly)

Ascoltando il racconto del loro lavoro, ricorrono le assonanze della tradizione materica marocchina e l’utilizzo delle tecniche tipiche del paese africano; un continuo richiamo al vernacolare che s’interfaccia con la chiarezza formale dei profili architettonici della contemporaneità. Parlano di alcuni progetti, primo fra tutti «Flij», l’installazione temporanea nella piazza antistante l’Institut du Monde Arabe a Parigi, in occasione della mostra «Le Maroc Contemporain» (2014), la quale ricorda l’abitare nomade berbero: una tenda di più di 650 mq. Il Frig è, di fatto, un accampamento che riunisce più tende (Khaymas) il cui tessuto si ottiene dal pelo di capra e dromedario. Temporaneità e funzione (accoglie infatti tra le altre cose, delle performance) si uniscono alla scelta formale della variazione in altezza.

VOLUBILIS_ph-LUC-BOEGLYyNel museo di Volubilis (2010-2013), realizzato in uno dei siti storici romani meglio preservati del Marocco, patrimonio Unesco, i temi dell’archeologia, della memoria, dell’urgenza della topografia trovano risposta nelle scelte formali, nell’uso dei materiali e nella loro giustapposizione: l’opera colpisce per la sua verità costruttiva, una sorta di disinibita ammirazione per il materiale grezzo trasformato dall’idea progettuale.

EXPO2015_ph-LUC-BOEGLYAnche nel padiglione del Marocco per l’Expo 2015 ritorna l’espressione forte della materia naturale: i moduli in legno e terra battuta nascondono la struttura portante della costruzione, in legno e acciaio. L’edificio presenta una chiarezza espressiva che deriva dalla semplicità della tecnica costruttiva, dando «espressione di sé senza essere caricaturale», come lo stesso Oualalou dichiara. Un’architettura al contempo identitaria e attuale: non un’imitazione o finzione, bensì un’invenzione.

Quali sono, a vostro avviso, gli sviluppi pericolosi dell’architettura del XXI secolo, quali le tendenze che non condividete e quale invece ritenete essere la vostra mission?

Ci interessano la questione urbana e architettonica ma anche tutti gli ambiti di gestione di un progetto: la struttura economica, la struttura politica di costruzione delle decisioni, l’organizzazione delle scelte architettoniche ci hanno permesso di lavorare perché l’architettura non fosse solo un gioco formale. Spesso, purtroppo, sono i grandi gruppi di costruzione, d’ingegneria, ad instaurare processi molto complessi per l’architettura, rendendo gli architetti necessari per ragioni meramente normative, come direttori artistici. Spesso è invece l’architetto che si confronta con grandi figure di star, affascinato da percorsi individuali. Consideriamo l’architettura come qualcosa che può ancora cambiare il mondo, e non lo si può fare semplicemente puntando al branding. Da qui viene l’interesse per la maniera in cui il progetto si fa per definirne il contorno.

La vostra architettura quindi risente del contesto del Marocco nell’utilizzo della materia, nella composizione, nel concept.

La nostra architettura è spesso primitiva; siamo anti feticisti, anti high tech, anti dettaglio. L’architetto secondo noi deve avere una relazione con la tecnica. Pensiamo alla tecnica ma amiamo architetture primarie, spesse, abbastanza brutali: bisogna che si senta il lavoro nella materia, la mano dell’uomo. Per esempio io adoro questo luogo [Oualalou fa riferimento alle aule dei Magazzini Ligabue, sede dell’Università Iuav di Venezia n.d.a.], perché tutto è lavorato, ha una storia: ci sono dei mestieri, a monte c’è un apprendistato, una struttura sociale.

Qual è un buon esempio di tale utilizzo della tecnica?

Per me la risposta ultima del pensiero della tecnica e dell’artigianato allo stesso tempo è Renzo Piano. La sua cultura del prototipo per esempio è il più grande contributo della seconda metà del XX secolo. È riuscito a utilizzare il progetto per sperimentare la scala industriale, mettendo a punto dei dispositivi che vengono poi trasferiti al processo industriale. Per esempio, ha inventato il quadro in acciaio per sorreggere i mattoni nel progetto dell’Ircam a Parigi. Oggi tutti lo usano ed è stato prima inventato, pensato nella tecnica, creato dalla mano e poi industrializzato.

Che cosa ha ispirato il progetto del padiglione marocchino all’Expo?

EXPO2015_ph-LUC-BOEGLY2L’edificio ha tre caratteristiche particolari: è fatto in terra e in legno e non ha limitazioni termiche, non ha finestre, né porte. Non lo abbiamo pensato come un edificio chiuso: è un’atmosfera, dove la materia permette che se fuori ci sono 37°, dentro ce ne siano 30, se fuori ci sono 18°, dentro 24. È uno spazio dove le persone, attraverso la luce e l’atmosfera, provassero un’esperienza marocchina. Bisognava trovare delle cose che fossero specificamente marocchine: non arabe, non musulmane. E l’essenza marocchina è secondo noi il rapporto con la materia, la sensualità, lo spessore dei muri, il controllo della luce, il trattamento della topografia del tetto. Utilizzo spesso il termine di familiarité, perché questo edificio è profondamente familiare, e ognuno vi ha visto significati differenti, ma in fondo è un edificio che permette molte cose assieme.

Qual è il sistema costruttivo che avete utilizzato?

Tutto il padiglione è costituito da moduli di 2,1 x 2 metri, con struttura di legno, riempiti di terra e in seguito rivestiti di intonaco. I moduli, prefabbricati in atelier, sono stati posti in opera con le gru. La sola cosa che varia è lo spazio tra essi che consente la presenza di contrazioni e fessure più o meno piccole che permettono l’ingresso della luce. Teniamo per il futuro la sperimentazione di prefabbricazione del pisé. È uno dei materiali più ecologici: costituito di terra e acqua, pressato, è un materiale semplice ma non adatto ad essere posato in opera a Milano come lo si usa a Marrakech.

Il vostro approccio è lo stesso per l’architettura effimera come per quella permanente?

Prima di tutto noi abbiamo sempre considerato l’architettura come effimera. Non consideriamo l’edificio come eterno. Il nostro rapporto con il tempo e la materia (e questa è un’ossessione legata alla rovina… all’archeologia) fa in modo che molto spesso il nostro progetto esprima la temporaneità della materia e la sua scomparsa. È il caso per esempio di Volubilis: tra calcestruzzo, pietra e legno vi sono durate differenti. Inoltre, non consideriamo l’edificio come finito una volta consegnato ma come qualcosa di cui gli abitanti si appropriano, trasformandolo: esso non ci appartiene più. Il motivo per cui ci interessano i progetti effimeri è la loro velocità. Ciò (unitamente alla regolamentazione meno rigida) permette di sperimentare a piccola scala situazioni che poi possiamo riprodurre alla grande. È il caso per esempio del padiglione per l’Expo. Abbiamo sperimentato il modulo di terra, abbiamo potuto farlo molto velocemente e ora riusciamo a gestirlo molto bene.

Per finire, tre parole per definire la vostra architettura.

Radicale, primitiva, necessaria.

 

Foto © Luc Boegly

Per approfondire

Sui progettisti

Coreana di nascita (Seul, 1974) e statunitense di adozione (è cresciuta a Los Angeles), Linna Choi si laurea in architettura presso la Harvard University e la Yale University. Terminati gli studi, si trasferisce a Philadelphia dove lavora da Venturi Scott Brown and Associates; successivamente si sposta a New York, presso lo studio Anderson/Schwartz, dove incontra Tarik Oualalou.

Nato a Rabat nel 1977, Tarik Oualalou si trasferisce giovanissimo a Parigi e studia in diverse università del Paese. È architetto laureato presso l’Ecole d’architecture Paris-Malaquais e presso l’Ecole nationale d’Architecture in Marocco; storico dell’arte laureato presso l’Ecole du Louvre; ingegnere laureato presso il Conservatoire nationale des arts et métiers a Parigi. In seguito si trasferisce negli Stati Uniti dove lavora presso gli studi Kennedy Violich a Boston prima e Anderson/Schwartz a New York poi.

Riconoscimenti

2009 Aga Khan Award (nomination progetto Volubilis); AR Emerging Architecture Award (progetto Volubilis)

2010 Mipim Future Architecture Award (progetto hotel e residenze Montabo); WA Award (selezione del progetto Volubilis)

2012 Young Arab Architects Prize (progetto Volubilis)

2014 Grand Prix Afex

2015 Rice Alliance Spotlight Prize; Archmarathon (nomination per il progetto Volubilis)

Web

www.kilospace.com

 


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