Chipperfield alla «guerra del pavimento»: Milano non associ il mio nome al Mudec

by • 22 marzo 2015 • Progetti1659

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MILANO. Non sono bastati 15 anni di lavoro, un progetto lungo e travagliato dopo il concorso vinto da David Chipperfield nel 2000. Proprio quando l’inaugurazione è alle porte (il Comune la conferma, pur in una forma provvisoria pre-Expo, per il 26 marzo), ecco un pavimento (5.000 mq di pietra lavica etnea) a tormentare la nascita della Città delle Culture all’ex Ansaldo, uno degli interventi di maggior peso sul fronte culturale, riqualificazione di una testimonianza di archeologia industriale, in uno dei luoghi simbolo della creatività milanese. «Lastre mal posate», dice l’architetto inglese che durante il cantiere ha avuto l’incarico della direzione artistica, mostrando foto e un dettagliato rilievo delle difformità. E arrivando perfino a diffidare formalmente il Comune dall’accostare la sua firma all’edificio.
Quello di Chipperfield è un atto di accusa prima di tutto contro l’assessore alla cultura, Filippo Del Corno, che pochi giorni fa aveva reso pubblica la «guerra del pavimento»: «L’esplicita menzogna (e uso questo termine di proposito) che avrei richiesto la rimozione della pavimentazione, detta al fine di farmi apparire come un collaboratore impossibile e irragionevole, mi costringe a raccontare la triste storia che sta dietro un problema così semplice», spiega aprendo una conferenza stampa organizzata nel suo studio milanese.
Il progetto – appaltato nel 2009 al Consorzio Cooperative Costruzioni per 29 milioni di euro (ribasso del 39%) – prevedeva un costo di poco inferiore ai 2 milioni per la fornitura e la posa di lastre di pietra basaltina di Viterbo, scelta per la sua qualità esteticaIl pavimento è qualcosa di speciale e importante in uno spazio pubblico, è letteralmente la base»). La Direzione lavori (tenuta dal Comune di Milano) decide un cambio di materiale passando, è il 2011, alla pietra lavica etnea. Il giudizio, già negativo, dello studio Chipperfield, diventa opposizione dura quando il pavimento posato mostra tutti i suoi difetti: non c’è zona del museo senza anomalie, accostamenti sbagliati, levigature non perfette, «Cose per le quali non serve un occhio esperto, le vedrebbe anche mia madre», scherza la Medaglia d’Oro 2011 del Royal Institute of British Architects.
Da qui una complessa e incredibilmente lunga storia di polemiche e confronti che non portano a nessun risultato. Da una parte la Direzione artistica a chiedere e proporre una serie di alternative per un intervento migliorativo, dall’altra il Comune a opporsi: il pavimento resta così com’è. La situazione precipita negli ultimi mesi quando da Palazzo Marino schiacciano sull’acceleratore per riuscire ad aprire il Museo a fine marzo con due mostre organizzate dal Gruppo 24 Ore, che ha vinto la gestione dello spazio espositivo. Chipperfield non apprezza, non si fida degli impegni del Comune a sistemare i difetti successivamente alla prima apertura e, nonostante a fine febbraio ci sia un incontro «rassicurante» con il sindaco Pisapia, dopo le dichiarazioni di Del Corno rompe gli indugi con la lettera di diffida firmata dal suo legale Stefano Nespor: che il Comune apra pure il suo Museo delle Culture ma non dica che il progetto è di Chipperfield.
La storia – definita «patetica» dallo stesso Chipperfield – è anche l’occasione per un ragionamento più ampio sulle opere pubbliche in Italia. «Nel 2000 abbiamo vinto la gara per Ansaldo Città delle Culture. In questi ultimi anni abbiamo vinto anche la gara per l’ampliamento del cimitero San Michele di Venezia, quella per la costruzione del nuovo Palazzo di Giustizia di Salerno e quella per la realizzazione del Museo di Storia naturale di Verona. Questi e altri progetti successivi, come la ristrutturazione dell’Ospedale di Santa Chiara a Pisa, dimostrano il nostro interesse e il nostro impegno per l’edilizia nel settore pubblico italiano. Spero di non apparire indiscreto se affermo che i progetti pubblici in Italia non sono cosa semplice. Devo dire che il mio rispetto per i colleghi professionisti italiani è cresciuto grazie a questa esperienza. D’altra parte, il fatto stesso che questi progetti siano complessi fa sì che qualsiasi successo risulti ancora più significativo». La delusione per la «querelle del pavimento» si somma infatti a un quadro abbastanza eloquente della commessa: in 15 anni si sono alternati 3 sindaci, 4 assessori ai lavori pubblici, 6 assessori alla cultura, 8 responsabili del procedimento.
Rapporti spesso difficili, cui va aggiunto il fatto che durante i cinque anni di Direzione artistica in cantiere lo studio milanese di Chipperfield (come racconta il suo direttore Giuseppe Zampieri) ha avuto un contratto soltanto per un breve periodo, meno di 14 mesi. Peraltro senza aver ricevuto tutti i pagamenti previsti. Condizioni che evidentemente rischiano di compromettere l’efficienza delle prestazioni professionali. «Ma l’architettura non ammette scuse di sorta: ciò che è costruito è costruito. In seguito non contano più né il cliente, né l’appaltatore e neppure l’architetto, conta solo l’edificio. Le discussioni, le controversie, le personalità non sopravvivono, solo ciò che è stato costruito rimane, ed è questo il motivo per cui questa storia è così triste. È triste che la pubblica amministrazione abbia dedicato così tanto tempo a declinare le responsabilità e così poco alla risoluzione del problema», è il commento finale di Chipperfield.


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