Bagnoli un anno dopo. Punto e a capo

by • 3 marzo 2014 • Città e Territorio696

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NAPOLI. La notte del 4 marzo 2013 un incendio riduce in cenere Città della Scienza. Dalla collina di Posillipo, Bagnoli appare nell’evidenza di una ferita urbana. A un anno esatto di distanza dal rogo, la città commemora l’accaduto con un evento che coinvolge scuole, associazioni e cittadini in una giornata tra teatro e didattica; la giornata si concluderà con la firma dell’Accordo di programma quadro da parte delle istituzioni competenti, gesto atto a sancire l’avvio per la ricostruzione del Museo e il rilancio dell’intera area.

LA STORIA
Per meglio comprenderne radice e identità occorre procedere a ritroso nel tempo. Nella geografia del territorio l’area occupa il versante adovest di Napoli, un adagio di costa rimasto intonso fino all’ultimo decennio dell’800. Il quartiere flegreo rappresentava per gli abitanti di Partenope il luogo dello svago, un rifugio utile a rigenerare il corpo nei locali stabilimenti termali. Ne rimase attratto persino Lamont Young, architetto visionario che visse e lavorò a Napoli a cavallo degli ultimi due secoli del millennio scorso, tanto da azzardare nuove ipotesi urbanistiche nell’ambito dei suoi studi. Il sito rientrava nel programma del “Rione Venezia”, progetto che avrebbe messo in collegamento il capoluogo con Bagnoli e Fuorigrotta attraverso una fitta rete di canali navigabili. Il proposito, troppo progressista per i parametri dell’epoca, rimase per lungo tempo un’ipotesi al vaglio fino ad arenarsi definitivamente quando le sirene del facile progresso spinsero le amministrazioni verso propositi di una più brutale riconversione. Era il 1910 quando a soli cinque anni di distanza dalla posa della prima pietra fu inaugurato il centro siderurgico dell’Ilva. Per circa mezzo secolo lo stabilimento funzionò a pieno regime, grazie anche dall’ingresso nelle quote azionarie della Eternit, società produttrice di lastre ondulate in cemento e amianto. La fabbrica rappresentò il primo sostentamento per tante famiglie operaie finchè, ottantadue anni dopo l’apertura dei cancelli, nel 1992, lo stabilimento divenuto Italsider, cadde sotto i colpi della crisi, già in essere all’inizio degli anni settanta. Sul territorio rimasero i segni di una produzione mal gestita e si resero urgenti sostanziali opere di bonifica. Oltre ogni difficoltà, nello stesso anno della chiusura della fabbrica, la Fondazione Idis, promotrice nel triennio precedente di iniziative culturali di successo nella vicina Mostra D’oltremare, sottoscrive con Ministero, Provincia e Comune un accordo per l’edificazione di un nuovo polo del sapere nel piccolo lotto dell’ex Federconsorzi, adiacente a quello mastodontico dell’ex Italsider. Era il 1996 quando vide la luce la prima cellula di Città della Scienza, progetto ambizioso a firma dello studio Pica Ciamarra Associati. Il resto è storia recente.

IL DIBATTITO
Da dove ricominciare? Due le correnti di pensiero a sostegno di altrettanti paradigmi. Delocalizzare o ricostruire in loco? È indubbio il forte valore simbolico della scelta. Qualsiasi decisione deve tenere in conto un’opportuna revisione di programmi urbanistici ormai obsoleti ed eventuali costi di bonifica che l’intervento comporta. Appare proponibile sin dalle prime battute l’idea di adottare una soluzione mista nel riutilizzare parzialmente la cubatura del precedente lotto e delocalizzare parte delle funzioni in aree prossime e più pronte.

COME RICOSTRUIRE?
Le risposte vanno rintracciate nella memoria del recente passato. L’area acquisita dalla Fondazione Idis negli anni novanta si presentava solcata dalla Via Coroglio, un limite morfologico che divideva il sito in due entità autonome. La sfida progettuale mossa sin dal principio fu quella di trasformare tale demarcazione in un proposito unificatore tra le due sub-aree e che assunse la forma di un cortile dinamico. Le capriate in ferro e legno e il laterizio a faccia vista delle chiusure perimetrali rappresentavano i rimandi costruttivi  all’identità recente del luogo. La ciminiera, il buco del mondo, così come lo stesso progettista la definì, era immaginario slancio verso la cultura del progresso; divenne il contenitore di un periscopio astrale ed è oggi la sola struttura uscita intonsa dalla morsa delle fiamme. È presumibile come la nuova proposta non possa esulare dal simbolismo di tale obelisco, oltre a dover tenere in contro lo stretto rapporto che il nuovo manufatto dovrà instaurare con la linea di costa. Non fabbriche a solo scopo lucrativo o futili sistemazioni dell’area ma un sistema integrato di funzioni da mettere al servizio della comunità.

SCENARI FUTURI
È stato necessario affrontare il tema della salvaguardia e della rimessa in pristino di scenari naturali che tanto avevano suscitato l’interesse di un cultore dallo spessore di Young; andava al contempo rispettata la radice funzionale dell’ultimo secolo e dalla quale studi di archeologia industriale non hanno potuto esulare. Nel concept presentato di recente al ministro per la Coesione territoriale, Carlo Trigilia, si valuta la possibilità di costruire un edificio rivolto al mare, uno science center di ultima generazione per il quale sono stati previsti  64 milioni e un cronoprogramma con chiusura cantiere entro il 2018. Non è fatta esclusione dell’ipotesi secondo cui nell’intervento possano essere considerati capitali provenienti da società private. C’è fiducia che Città della Scienza possa tornare, nel prossimo futuro, a essere la città di tutti.


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