Pazza idea: ricostruire il tempio dopo 2500 anni

by • 8 gennaio 2012 • Progetti394

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Castelvetrano (Trapani). Torna alla ribalta l’idea, periodicamente ricorrente, di ricostruire il tempio G, il più grande di quelli selinuntini (ma mai finito), crollato in un sisma di 2500 anni fa. Una «suggestione», l’ha definita la direttrice del Parco di Selinunte e Cave di Cusa Caterina Greco, ma con la massima serietà rimbalzata sulla stampa. A rilanciarla questa volta è stato lo scrittore e archeologo Valerio Massimo Manfredi. In realtà, ancora prima di arbitrarie ricostruzioni, bisognerebbe approfondire la conoscenza di un monumento, ricorda Greco, «sostanzialmente inedito, tra i più insigni dell’architettura siceliota». Notizie utili in tal senso vengono da Mario Luni, dell’Università di Urbino, che ha presentato i risultati degli studi condotti sul tempio in occasione del convegno Selinus 2011, restauri dell’antico. Ricerche ed esperienze nel Mediterraneo di età greca in cui, dal 20 al 23 ottobre, si sono confrontati a Selinunte, dopo l’introduzione dei lavori a Castelvetrano, i massimi conoscitori di monumenti greci: archeologi e architetti di varie nazionalità, impegnati in restauri in diverse località del Mediterraneo. Luni ha fornito anche i nuovi rilievi effettuati sul tempio senza che sia stato spostato dalla sua originaria posizione di crollo alcun elemento architettonico: una vera e propria «carta archeologica» della situazione esistente, nuove planimetrie e le sezioni, nonché analisi di dettaglio confluite nella realizzazione del modellino presentato a conclusione del convegno. In generale, «la maggioranza degli studiosi italiani», puntualizza ancora Greco, «si sono dimostrati in linea di principio contrari a ipotesi di anastilosi totali di monumenti, in favore di una conservazione del paesaggio archeologico, ruderale, storicizzato». Ma nella stessa Selinunte, sia il tempio E che il C (ora quasi totalmente liberato dal ponteggio che per più di un decennio lo ingabbiava), sono il frutto di ricostruzioni parziali o quasi totali. Sebastiano Tusa, soprintendente di Trapani, ha piuttosto posto l’accento sulle critiche condizioni conservative del tempio G, di cui «sono state cancellate parti consistenti a causa di forte erosione eolica, aerosol marino e pioggia», e sulla necessità quindi di «procedere con tempestività alla sua protezione».
Anche nella Valle dei templi di Agrigento è stata congelata un’altra ipotesi di anastilosi. Un’iniziativa congiunta di Unesco Italia e casa editrice Il Cigno avrebbe dovuto consentire d’innalzare nei pressi delle rovine il gigantesco telamone dell’Olympieion, i cui oltre 90 frammenti erano stati già ricomposti al suolo. Ma i fondi reperiti attraverso due aste di arte contemporanea nel 2009 sarebbero irrisori per l’ambizioso progetto (437.000 euro, secondo le stime della direzione del Parco archeologico), al quale d’altra parte era nettamente avverso Giuseppe Castellana, ultimo direttore del Parco (in attesa della nuova nomina, commissario ad acta è l’architetto Salvatore D’Amato). Più concretamente, recenti studi hanno consentito d’individuare, tra i blocchi delle rovine dello stesso tempio di Zeus, quelli appartenenti ad almeno otto telamoni, che potrebbero essere riassemblati ma al suolo.
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