Auschwitz, il memoriale dimenticato

by • 17 agosto 2011 • Patrimonio603

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Difficile, forse impossibile, conservarlo nella Baracca 21 ad Auschwitz, mentre sta volgendo all’’epilogo un lungo e complesso dialogo che coinvolge tanto la Polonia quanto l’Italia

 

«La storia della Deportazione e dei campi di sterminio, la storia di questo luogo, non può essere separata dalla storia delle tirannidi fasciste in Europa [……]. È triste ma doveroso rammentarlo, agli altri e noi stessi: il primo esperimento europeo di soffocazione del movimento operaio e di sabotaggio della democrazia è nato in Italia. È il fascismo [……]. Ma non tutti gli italiani sono stati fascisti: lo testimoniamo noi, gli italiani che siamo morti qui [……]. Noi, figli di cristiani ed ebrei (ma non amiamo queste distinzioni) di un paese che è stato civile, e che civile è ritornato, dopo la notte del fascismo, qui lo testimoniamo. In questo luogo, dove noi innocenti siamo stati uccisi, si è toccato il fondo della barbarie. Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita: da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo».

Così Primo Levi introduce il Memoriale italiano inaugurato nel 1980 nella Baracca 21 del campo di sterminio di Auschwitz, opera affidata a Lodovico Belgiojoso dall’’Associazione nazionale ex-deportati (Aned).

Il progetto si sviluppa nel dialogo tra Belgiojoso, Gianfranco Maris (presidente di Aned), entrambi deportati a Mauthausen (dove fu deportato e morì Gianluigi Banfi, uno dei Bbpr), Primo Levi, deportato ad Auschwitz, Nelo Risi e Luigi Nono.

Il memoriale appare una meta esistenziale di Belgiojoso, che inizia questo percorso nel 1946 con la mostra della Resistenza italiana a Parigi e lo conclude, nel 1996, con il monumento di Sesto San Giovanni dedicato agli operai con i quali aveva condiviso la deportazione. Per questi progetti Belgiojoso, vittima e architetto, trae i materiali dalla propria memoria e li ordina per trasformare i luoghi della storia nei luoghi della coscienza collettiva e costruirne la geografia italiana ed europea. Anche in una nazione come l’Italia, che ha scarsamente elaborato le proprie responsabilità storiche e non ha inteso, se non in rare circostanze e con pochi autori, celebrare deportazioni e stermini ponendo i luoghi a memento degli eventi.

Nel 1946 i Bbpr realizzano il Monumento ai caduti nei campi di concentramento nazisti al Cimitero monumentale di Milano e nel 1968 il memoriale nel KZ di Gusen, e qui danno inizio a una specifica concezione del memoriale, inteso come percorso di elaborazione della deportazione e della sua espressione nel dialogo tra le arti. Una ricerca che trova espressione nel restauro del castello di Carpi come museo-monumento al deportato nei campi nazisti (1973), realizzato con Lica e Albe Steiner e con opere di Picasso, Longoni, Guttuso, Cagli e Léger, e nel memoriale delle donne italiane a Ravensbrück (1982), con opere di Barbieri, Carpi, Music, Lecocq, Slama. E giunge alla sua manifestazione più intensa ad Auschwitz.

Nei memoriali Belgiojoso avrebbe potuto affidarsi all’’oggetto documentale: testimonia invece, non la deportazione, ma l’’elaborazione collettiva della deportazione, trasmettendo quei fatti come risposta all’’eredità che aveva accettato di ricevere, confuso tra i tanti «portavoce dei morti», come li chiama Claude Lanzmann, cercando una forma per ciò che non può essere detto, ma solo accostato.

Ad Auschwitz il visitatore è coinvolto in una narrazione spazio-temporale visiva e sonora, mentre avanza entro una spirale elicoidale le cui superfici dipinte suscitano la continua interazione tra il nastro colorato, le pareti spoglie della baracca, il campo di sterminio. «Ci siamo sforzati di ricreare, allusivamente, un’atmosfera da incubo, l’incubo del deportato straziato», scrive Belgiojoso. Tra figurazione e astrazione, il «rotolo della memoria» avvolge il visitatore con la narrazione degli eventi attraverso immagini, segni, colori traccianti altre spirali che accrescono il «vortice ossessionante»: la storia dipinta s’alterna alle pareti nude della baracca, l’arte s’intreccia al documento, la vita irrompe con i suoni e le immagini.

È la baracca a costituire il limite contro cui la forza della spirale dell’’arte e della storia combatte: è l’’incessante intreccio del silenzio della baracca con la parola della spirale a costituire il memoriale di Auschwitz. Muovendo tra suoni, immagini, colori lacerati, il passo inquieto del visitatore procede verso una finestra, perché questo monumento è morte ma anche resurrezione della parola, il più dirompente tra i gesti in un campo di sterminio: «apoteosi dei colori positivi (giallo, rosso e bianco) come segno della vittoria degli ideali sociali e della dissoluzione delle tenebre della persecuzione nazista».

Questo memoriale è oggi in pericolo: difficile, forse impossibile, conservarlo nella Baracca 21 ad Auschwitz, mentre sta volgendo all’’epilogo un lungo e complesso dialogo che coinvolge tanto la Polonia quanto l’Italia. Molte associazioni e cittadini si sono battuti affinché quest’opera così legata alla storia, alla cultura, all’’arte italiana fosse conservata dove essa era stata pensata, nello spazio della baracca e del campo di sterminio. E non si può escludere che lì possa restare. Ma è più probabile che il memoriale sia portato in Italia per essere accolto nel Campo di concentramento di Fossoli, uno dei luoghi di raccolta dei deportati in cui transitò lo stesso Belgiojoso, dove potrebbe diventare l’elemento germinale di un luogo del ricordo e di un centro-studi sulla deportazione italiana, politica e razziale insieme, così come storicamente è stata.

In una nazione che conta centinaia di luoghi che hanno visto la deportazione e lo sterminio, e che sono per lo più abbandonati, sviliti, stravolti, questa è la nostra opportunità per riappropriarci di quella storia che abbiamo affidato al silenzio di Giorgio Simoncini e Pietro Cascella a Birkenau, all’’urlo straziato della Baracca 21 di Auschwitz. Lontano da noi. Perdere quella storia, vuol dire perdere una parte dell’’architettura, dell’’arte, della cultura italiana, quella parte che Belgiojoso ha nella sua vita pazientemente intessuto: forse perché, come dice il Testimone 7 de L’Istruttoria di Weiss, «Uscii dal lager, ma il lager esiste sempre».


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