Sauerbruch-Hutton per M9

by • 22 settembre 2010 • Inchieste629

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Mestre. Quando, l’11 febbraio, la Fondazione di Venezia annunciò i nomi dei sei big invitati, in pochi avrebbero scommesso su di loro. Tuttavia, il 27 agosto, una volta svelati i disegni durante la vernice della Biennale veneziana (nei cui eventi collaterali rientra la mostra dei progetti per M9), la scelta della giuria, presieduta da Giuliano Segre e orchestrata da Francesco Dal Co, è parsa la più logica e aderente al bando.

Il duo vincitore
Il progetto definitivo ed esecutivo del futuro Museo del ‘900 va dunque al duo formato da Matthias Sauerbruch e Louisa Hutton, che porteranno a Mestre il loro marchio di fabbrica, fatto di luccicanti superfici composte da un’infinità di tessere policrome in ceramica: come avviene, per citare solo due esempi recenti, nel museo Brandhorst a Monaco di Baviera o nell’edificio terziario del comparto Maciachini a Milano, la cui trasformazione complessiva è in dirittura d’arrivo. La coppia di architetti anglo-tedesca imposta il tracciamento dei fili costruiti sul sottile equilibrio tra la ricucitura urbana e la frantumazione dell’isolato, aprendo un varco, obliquo e svasato, verso l’ex caserma Matter (sede del distretto militare, già convento di suore benedettine, per la quale il bando prevede la conservazione con destinazione a centro commerciale, necessario ai fini dell’equilibrio economico dell’intera operazione). La separazione del volume principale, attestato su via Brenta Vecchia e destinato alle funzioni museali, da quello secondario dei servizi, più basso e di dimensioni contenute, definisce una piazza che dà accesso ai nuovi spazi, pensati in continuità con essa. Lo slargo ambisce così a diventare il controcanto del cuore urbano di piazza Ferretto, in un ideale percorso trasversale che, attraversando i portici di via Poerio, s’inoltra nella riabilitata corte dell’ex caserma per sfociare qui e proseguire a sud in via Cappuccina. Ma l’altra buona ragione che ha fatto pendere la bilancia dalla parte di Sauerbruch-Hutton è il capitolo economico, rispetto al quale la soluzione scelta a maggioranza dalla giuria pare offrire migliori garanzie: non solo perché, analogamente a Souto de Moura e a Mansilla+Tuñón, non prevede la copertura della corte dell’ex Matter, ma soprattutto per la flessibilità degli spazi e per le scelte tecnologiche, con il necessario occhio di riguardo all’ecocompatibilità e all’efficienza energetica, in ragione di costi di gestione stimati in 4 milioni l’anno.

Gli altri cinque
Eduardo Souto de Moura punta invece sulla ricucitura dell’isolato lungo i fili stradali; lo fa attraverso un possente volume unitario in mattoni (recuperati in parte dalle demolizioni), completamente cieco verso l’esterno ai piani superiori: la luce proviene infatti quasi totalmente dalle coperture piane. Un fortilizio urbano enigmatico quanto introverso, che però stempera la sua severità presentando il livello terra pressoché del tutto trasparente e permeabile sui quattro fronti. In modo sapiente, la facciata su via Brenta Vecchia presenta una leggera concavità che culmina in un setto sporgente il quale si fa elegante segnale che reca la gigantografia del logo del museo e della Fondazione. Il volume è scavato da una corte centrale a cielo aperto, all’incirca delle medesime dimensioni di quella dell’ex caserma Matter, intorno alla quale sono distribuite tutte le funzioni. Intorno a una corte centrale rettangolare, ma stavolta coperta, è organizzato anche il monumentale parallelepipedo di David Chipperfield, la cui collocazione sul lotto, sebbene di poco scostata dai fili, pare tuttavia piuttosto casuale. Eccessivamente ieratico e bloccato, il progetto dell’architetto inglese sembra di maniera: affidandosi troppo all’autocitazione, il risultato è prevedibile e quasi spaesato. Piuttosto spaesata risulta anche la proposta di Pierre-Louis Faloci, fatta di eteree lastre vetrate e algide superfici metalliche, giochi di gabbie (come l’antenna di oltre 30 metri con scala panoramica in sommità), volumi sospesi e scavi di vuoti: una raffinatezza che suona un po’ inappropriata, oltre che costosa, per un contesto (non solo fisico ma storico e socio-culturale) ben più «materico» qual è quello mestrino. Infine, le due proposte che più liberamente occupano lo spazio ricavato dall’imminente demolizione dell’altra caserma (Pascoli), sono anche quelle più cariche di valenze simboliche. Mansilla – Tuñón in forma esplicita fanno riferimento a bottiglie d’acqua («veneta», secondo il loro motto), ma anche a silos o thermos, accostando per file irregolari 16 cilindri gemelli vetrati, sostenuti da pilotis tronco conici in cemento armato che liberano il livello terreno. Massimo Carmassi, rivisitando il monumentalismo di Louis Kahn in chiave informale, è quello che azzarda di più. Egli ammassa prismi quadrangolari e cilindrici in laterizio (con mattoni a pasta molle formati secondo la curvatura), connettendoli ai livelli superiori tramite una selva di passerelle vetrate e involucrandoli sui fronti interni ai un doppio ruolo: fungere da imposta di una copertura vetrata che definisce una sorta di atrio esterno coperto; incanalare gli accessi dalle vie Pascoli e Brenta Vecchia (cui si aggiunge un terzo passaggio da via Poerio, non richiesto dal bando, ricavato secondo lo stesso sistema e demolendo la parte bassa della manica dell’edificio d’angolo, che sarà destinato a unità commerciali e direzionali).

Riflessioni a margine
Se, come sostiene il project manager Guido Guerzoni (docente di Management delle istituzioni culturali all’Università Bocconi), gli 8.000 mq dell’M9 (che dovrebbe essere pronto nel 2014 a fronte di una spesa di cento milioni) privilegeranno ai consueti supporti documentali un approccio prevalentemente emozional/sensoriale ai grandi temi del Novecento, allora s’impone un ragionamento sui paradigmi museografici, alla luce del cosiddetto concetto, sdrucciolevole quanto à la page, di «edutainment». Gli spazi museali dovrebbero cioè essere in grado di stratificare nelle «pietre» l’universo di valori socio-politicoeconomici che ha fatto la storia di Mestre nel «secolo breve». In questo senso, le due proposte più eccentriche e improbabili paiono le più stimolanti. In maniera più superficiale quella di Mansilla-Tuñón, che si limita a evocare i contenitori della produzione industriale. In modo più provocatorio quella di Carmassi, che sembra restituire, nel caos di torri e passerelle (al di là della possibile nostalgia per l’archetipo del borgo medievale, e lungi da un’idea consolidata e operabile di museo), un’interpretazione degli operosi spazi del lavoro e della rete infrastrutturale che li connette; e che, negli interni, propone soluzioni non scontate per l’allestimento di «situazioni» visive, sonore, olfattive. Egli è infatti l’unico a non delineare, nei disegni degli scorci prospettici, le ambientazioni proprie di un museo d’arte. E quella di un museo storico-sociale basato sull’immateriale (e sull’intero Novecento!) è la difficile scommessa museologica che attende M9.


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