Uno sberleffo a Tocqueville

by • 13 agosto 2009 • Forum570

Capitano fatti che illuminano tempi difficili e terre, come ama dire il ministro Tremonti, inesplorate. In questo mese due fatti aiutano forse a dissipare alcune nebbie di queste novelle «Terre del Fuoco».
A Venezia tre anni fa si era avviato un esperimento di autoriforma, forse il più radicale e importante con cui l’Università aveva cercato di rispondere ai tanti che ormai la sbeffeggiano. Come ogni tentativo serio aveva le sue asprezze. Configurare un’Università che unifica i dipartimenti, che rimette in discussione le regole di accesso alle risorse, che pone la valutazione come regola ineludibile di ogni comportamento accademico non può che avvenire in modo, almeno parzialmente, giacobino. È difficile pensare che gli universitari possano imitare sette religiose che accerchiate si suicidano, come accadde nel 1993 a Waco, in Texas. Ma la riforma tentata aveva, al di là delle forme, pregi sostanziali. È difficile negare che oggi i dipartimenti siano diventati strutture portatrici d’interessi di piccole élite disciplinari, che le forme di valutazione siano, dove esistono, esornative e autoreferenziali, che le facoltà facciano poco più che mettere in sequenza insegnamenti decisi dalle aree disciplinari. L’esperimento di abolire i dipartimenti (cfr. «Il Giornale dell’Architettura», n. 69, gennaio 2009) è stato troncato allo Iuav il 10 giugno con l’elezione per il nuovo rettore. Naturalmente invocando regole di democrazia, scelta obbligata se si vuol dare dignità a un’operazione di restaurazione. La retorica, quasi ovvia, allora non poteva che essere «la comunità non va solo informata correttamente, ma va anche rappresentata in un costante colloquio». Principio sacro che trasportato in un contesto dove la rappresentatività è quella degli interessi forti, insieme consociativi e corporativi, appare quasi uno sberleffo a Tocqueville. Bloccando l’esperienza in corso, si ferma una delle poche risposte in positivo alle critiche, spesso legittime, di chi non vive nell’Università; con l’unico, sicuro risultato, di dare ulteriore fiato a chi vuole una sua restaurazione, guidata o imposta dall’esterno.
Il secondo avvenimento è capitato il giorno precedente. La Triennale di Milano decide di unificare i settori «arte» e «architettura» e nomina un unico direttore, persona peraltro stimatissima: un’operazione che appare anch’essa conservatrice e subalterna. Chi oggi pratica il mondo dell’architettura sa quanto esso sia sempre più complesso e sfaccettato. Non si tratta solo di nuove tecniche, ma di nuovi bisogni sociali e valori economici. L’illusione che l’architettura fosse un atopico contenitore di valori (economici in primo luogo), trasferibili come pedine sulla scacchiera di una dama senza regole, ci è costata la presente crisi economica. Ridurre oggi l’architettura a un generico e tardivo estetismo appare una scelta che indurrà cittadini e società a un sostanziale fraintendimento di quanto l’abitare conti non solo nella città dell’uomo, ma nella sua economia e nella sua scala dei valori.
Altro avvenimento che si sta compiendo in questi giorni è la chiusura della Parc: un fatto che, per chi voglia capire come e perché si costruiscano la città e il paesaggio contemporanei, ripropone una melassa formalista e sostanzialmente opaca. I due avvenimenti sono correlati. Le corporazioni si difendono e difendono il principio di farsi le regole da sole e di dichiararne il rispetto: per far questo hanno bisogno, anche, di fornire una visione consolatoria e rassicurante del mondo che ci circonda, soprattutto quando questo diventa crudele. Che cosa c’è di meglio dell’estetizzazione dell’esistenza? Questi possono apparire giudizi troppo duri e poco sfumati, ma non lo sono. Il nostro paese cerca in ogni modo di rimanere immobile, riuscendo persino a narcotizzare il rapporto tra parole e cose: oggi il termine riforma si può usare impunemente in luogo di «restaurazione», mentre la parola democrazia diventa sinonimo di «rappresentanza» da parte di chi il diritto di decidere lo ha già. D’altronde stupirsi, o addirittura indignarsi, è un lusso inattuale. Come possiamo permettercelo, quando i principali giornali d’opinione hanno cavalcato per mesi una fantomatica Università dei baroni, mentre i problemi nascevano dal modo con cui malamente il potere dilagava? Non c’è da meravigliarsi allora se sotto gli occhi di tanti indignati censori si stia davvero preparando, con la riscoperta di una pratica capovolta della decimazione (se ne salva uno su dieci), quell’Università dei baroni e, a forza di evocare il lupo, questo sia ormai sull’uscio di casa. Baroni… a caso, naturalmente, per salvare… la democrazia, ovviamente.


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