
Il 30 giugno è scomparso a Milano Angelo Mangiarotti. Aveva 91 anni. La laurea nel 1948 al Politecnico di Milano conclude studi a cavallo della guerra, svolti anche al Champ Universitaire Italien di Losanna (1943-1945) animato da Adriano Olivetti, Ernesto Nathan Rogers e Gustavo Colonnetti, la radice «Mi-To» dell’architettura e del design italiano. Fra queste prime esperienze la partecipazione agli allestimenti dell’ottava Triennale e il cortometraggio «Posizione dell’architettura» con Alfonso Gatto, Riccardo Malipiero e Giulia Veronesi. Nel 1953-1954 è a Chicago all’Iit Institute of Design con Konrad Wachsmann. Al rientro a Milano, dai Bbpr, Mangiarotti incontra Bruno Morassutti con cui fonda un sodalizio professionale (1955-1961) nutrito da personalità differenti e dall’amore per il disegno e la costruzione, all’ossessiva ricerca della qualità e della precisazione espressiva. Si progettano architetture e oggetti con grande interesse per la produzione industriale come processo, per la forma come suo risultato, un impegno di forte integrazione con il contributo costante di un ingegnere del vaglio di Aldo Favini. Se con Favini Mangiarotti attua Losanna, si può dire che con Morassutti incontri l’ala «veneziana» della cultura architettonica italiana, condotta da Giuseppe Samonà, con l’impronta di Bruno Zevi e Carlo Scarpa e l’ombra di Frank Lloyd Wright.
La connotazione architettonica e costruttiva che ne risulta, l’ordinamento dispositivo e il forte sperimentalismo sono ben evidenti nelle opere più rappresentative come la chiesa a Baranzate (1956-1958). Altri esempi sono a La Chaux-de-Fonds (1954-1960), l’arredamento Braunschwig e l’allestimento del Club 44, e a Milano, il negozio Morassutti e lo studio di via Lanzone, dove la stanza ovale per le riunioni è una sorta di «cella rituale». Materia e sistema scandiscono il disegno industriale, con la macchina da cucire Salmoiraghi e l’orologio da tavolo «Secticon Le Port-Echappement Universel» (1956-58). L’abilità di raffigurare la natura delle forme quotidiane risalta nella combinazione del rivestimento con la dinamica dell’apparecchio domestico. Negli arredi per Frigerio (1955) si mostrano l’attitudine «tettonica» nei mobili a incastro, e quella «di processo» nei mobili in betulla curvata. L’architettura residenziale a Milano (1956-63) manifesta, nel capolavoro di via Quadronno, ricerche tipologiche intrecciate a problemi di flessibilità e ripetitività seriale, variazioni di sistema che negli elementi di «facciata» incrementano l’immagine del «condominio» rispondendo alle personalizzazioni delle abitazioni.
Dal 1961 Mangiarotti identifica la propria carriera e le sue opere come progetti d’autore connotati dall’indagine formale alla ricerca dello stile. Non dimenticando l’esperienza americana, gli incontri con i maestri e il contatto costante con la cultura giapponese si è sempre in vista di una chiave architettonica di «sintesi delle arti». L’idea della forma costruita, il disegno degli oggetti, degli interni e la scultura, si fondono in una gioiosa razionalità che saggia, modellando, ogni scala con sensibilità pragmatica radicata nella produzione industriale.
Le architetture di Mangiarotti sono attiva prosecuzione delle prime ricerche nel segno della capacità espressiva, come il deposito Splugen Brau a Mestre (1962) insieme al Padiglione per Esposizioni alla Fiera del mare di Genova (1963) che appare un saggio della capacità di misurare paradigmi architettonici con l’orizzonte. Il Padiglione nel parco non realizzato alla XIV Triennale del 1968 considera le opportunità costruttive dei gusci di resina poliuretanica annunciando nuove possibilità della forma verso l’attuale ricerca per una nuova tettonica. Non diversamente da via Quadronno, gli edifici per abitazione di Monza (1972) e Arosio (1977) s’innestano nella prefabbricazione a pannelli modulari. Nelle costruzioni industriali, come lo stabilimento Unifor a Turate (1978), il disegno del processo costruttivo dei sistemi prefabbricati (Facep 1964/74, U70 Isocell 1969, Briona 1972) evolve elementi dell’ordine architettonico in cui la dimensione «seriale» si unisce alla tensione per la forma elegante, sino al sistema S99 (1999).
Nella pressoché infinita produzione di Mangiarotti innumerevoli sono gli oggetti dove l’aspetto funzionale e l’invenzione tipologica si uniscono alla ricerca della forma in sintonia con le caratteristiche materiali, che gli valgono l’assegnazione del Compasso d’Oro per la carriera nel 1994. Ma è infine il marmo il materiale con cui Mangiarotti esplicitamente si trasferisce alla scultura. Dapprima lavorando sulla produzione di pezzi a incastro d’arredo (Eros 1971) poi sempre più isolando l’oggetto (Clizia 1990) sino alla scultura prodotta con macchine a controllo numerico, pura forma lapidea astratta dalla funzione.
Nell’attuale stagione, contrassegnata dall’istituzione di una Fondazione, mostre antologiche e pubblicazioni importanti, il suo lavoro incessante, che ci accompagna nella vita di ogni giorno dalle infrastrutture agli oggetti, sembra concludersi in silenziose opere monumentali come la lastra in cor-ten intensamente segnata a ricordo della strage di Sant’Anna di Stazzema (2000). Un’opera che per analogia ricorda la tomba Romanelli nel cimitero di Udine (con Morassutti, 1955), probabile «opera prima», da cui molte di queste cose sembrano generate.
Vorrei ricordare Mangiarotti con le sue parole, pubblicate su «Bau» n. 2 (1965) e «Casabella» 302 (1966): «Quando parliamo di tecnologia, di prefabbricazione e di industrializzazione, in sostanza di quello che è oggi lo strumento della costruzione, noi diamo un significato che va oltre il valore pratico e che riporta il costruire al centro del nostro pensiero e della nostra azione di architetti». Giulio Barazzetta
Pubblichiamo il profilo scritto da Mario Alberto Chiorino sul Dizionario dell'architettura del XX secolo.
Nato a Milano e laureato in Architettura al Politecnico nel 1948, si forma nel periodo della Ricostruzione. Nel 1953-54, su invito di Max Bill, è visiting professor all’Itt di Chicago; negl Stati Uniti incontra figure di spicco, fra cui Ludwig Mies va der Rohe, Walter Gropius, Komnrad Wachsmann e Frank Lloyd Wright. Rientrato in Italia, collabora con Bruno Morassutti fino al 1960. All’attività professionale affianca un intenso impegno didattico con lezioni e seminari, sia in Italia sia in diverse città europee, in Australia e Sud America.
La produzione di Mangiarotti presenta una continuità linguistica e di metodo con il movimento moderno, al quale lo ricollegano la riflessione sugli aspetti costruttivi e funzionali del progetto (che lo condurrà a dedicare grande attenzione alla cultura tecnologica e all’industrializzazione del processo produttivo architettonico), la continuità di approccio fra architettura e design, la valorizzazione della ricerca, dell’esperienza e della conoscenza dei materiali. A questo tipo di impostazione sono riconducibili, fra le prime opere, le Case di San Martino di Castrozza (1657) nelle quali, oltre alla valorizzazione dei materiali tradizionali, al rigore nell’impianto planivolumetrico e alla grande semplicità nei prospetti che rimandano all’architettura giapponese, si riconosce, come nel linguaggio di Mies, il modo di rendere espressivi gli elementi funzionali e strutturali (la pilastrata in legno della casa monofamiliare e le quinte portanti in pietra delle case abbinate), servendosi quasi unicamente di essi per il disegno complessivo.
Citazioni più evidenti dell’architettura di Mies si ritroveranno successivamente nella casa unifamiliare di Bardolino (1971), e in altre realizzazioni dello stesso periodo, sia nell’organizzazione della pianta e dei volumi, sia nella sottolineatura all’esterno della struttura metallica. Nella chiesa Master Misericordiae di Baranzate, presso Milano (1957), l’attenzione si concentra nella realizzazione si un struttura dal forte impatto visivo (un’elegante orditura di travi e tegoli in calcestruzzo su 4 colonne), ottenuta sfruttando le nuove opportunità offerte dalla prefabbricazione e giunzione in opera degli elementi strutturali mediante precompressione, mentre il ruolo di mero involucro delle pareti perimetrali viene sottolineato attraverso l’impiego del vetro traslucido.
Lo schema della piastra su quattro appoggi puntiformi è ripreso nel deposito di Mestre (1962) e, con risultato formale particolarmente felice, nella struttura in acciaio del padiglione della Fiera del mare di Genova (1963), la cui copertura sembra librarsi come un’ala sullo spazio aperto sottostante. Il tema delle strutture industriali accompagna tutta l’attività di Mangiarotti. Nel deposito di Padova (1958) la struttura in calcestruzzo di raffinato disegno è coperta da un doppio profilo in lamiera piegata con grandi sbalzi. Nello stabilimento di Cinisello Balsamo (1968) e nell’edificio per uffici di Majano del Friuli (1978) Mangiarotti opera ancora una volta l’accentuazione visiva della diversità dei ruolil fra struttura portante (nel secondo edificio si tratta di un grande telaio su quattro soli pilastri, cui sono appesi diversi piani) e il guscio esterno portato, giungendo a configurazioni, non prive di sapore virtuosistico, che richiamano le immagini della carrozza ferroviaria o della carlinga dell’aeromobile. Tuttavia è alla prefabbricazione aperta e all’assemblaggio di componenti riproducibili in serie che Mangiarotti dedica la maggiore attenzione: le strutture si formano, si modificano si accrescono attraverso la combinazione degli elementi. In particolare la sua attenzione è rivolta a una rimeditazione dei sistemi costruttivi industrializzati basati sull’impiego di tre componenti prefabbricati (pilastri, travi e tegoli) nella ricerca di soluzioni tecniche in grado di consentire, oltre alla massima libertà compositiva, il recupero di dignità espressiva e valore formale (sistema Facep, 1964; sistema U70 isocell, 1969; sistema Briona,1972). In questo quadro particolare importanza assumono la scelta sia dei rapporti tra le luci sia delle sezioni strutturali, nonché lo studio dei giunti di montaggio. Un analogo atteggiamento viene sdottato nell’analisi dei sistemi di arredo interno (partete attrezzata Cub 8, 1967 e inteparete In/Out, 1968), basati sul coordinamento di un numero ridotto di componenti in grado di dare luogo a illimitate configurazioni.
Particolarmente attivo nel design di mobili e oggetti, Mangiarotti dedica un’attenzione specifica all’aspetto ergonomico e al colloquio con l’utente (consentendogli in molti casi un intervento compositivo attraverso la combinazione di elementi fra loro accoppiabili) e sperimenta tutti i materiali, ritenendo che ognuno abbia proprie caratteristiche che occorre conoscere per poterli valorizzare, poiché a garantire l’attualità del risultato è il modo in cui il materiale, anche il più tradizionale, viene usato. Così è ad esempio per il marmo e la pietra impiegati nel modo più originale nei tavoli a incastro a gravità (1971, 1978) o nei vasi fresati (1971), il polistirolo e il poliuretano (poltrone, 1963-65, 1969), il bronzo per tavoli e vasi, l’argento (caraffa, 1980), il vetro (lampade Lesbo e Saffo, 1966), l’alabastro, la ceramica, il vetroresina. Caratterizzano il design di Mangiarotti alcune forme riprese per materiali diversi e a diversa scala, come quella a clessidra (orologi Secticon, 1956; calici in argento, 1970; vasi, lampade e tavoli), riproposta per progetti, nono realizzati, di un serbatoio idrico (1961) e di un policentro-megastruttura (1965).
Negli anni ottanta Mangiarotti riceve una serie di commesse per realizzare le stazioni del passante ferroviario di Milano in cui sviluppa un sistema di pensiline in acciaio regolabili in altezza per le stazioni a cielo aperto (Certosa e Rogoredo, 1982-84) e ardite soluzioni tecnologiche in calcestruzzo a vista per quelle sotterranee (Venezia e Repubblica, 1982-1998).
A partire dai primi anni novanta abbandona progressivamente l’architettura per dedicarsi completamente al design e soprattutto alla scultura, in cui prosegue la costante considerazione delle forme come risultato dei materiali utilizzati. Il marmo che viene plasmato dalle macchine a controllo numerico per le grandi sculture è alla base anche di recenti ricerche sulla resistenza delle volte sottili (uffici Imm, Carrara, 1991).
Nel 2002 la Triennale di Milano dedica a Mangiarotti una mostra che ne celebra l’opera completa, illustrando l’intreccio di interessi che spaziano dall’architettura, alla produzione edilizia, al design, alla scultura.