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Avanti Savoia! Quale valorizzazione per la Villa Reale di Monza?

Aprono i cantieri del primo lotto della regiaimperialvilla. L’incombente ricatto del «o così o niente» sotto il fuoco incrociato delle polemiche

Domani mattina il ministro per i Beni culturali Lorenzo Ornaghi con il governatore lombardo Roberto Formigoni e il sindaco monzese Marco Mariani inaugurerà l'apertura dei cantieri nel corpo centrale del complesso monumentale e nelle ali Nord e Sud disegnate dal Piermarini per la famiglia imperiale degli Asburgo. Compeltamento previsto in due anni, con riapertura nella primavera del 2014, in tempo per l'Expo. L'appalto è stato assegnato dalla Regione nell'aprile scorso alla società Italiana Costruzioni: il bando da 25,6 milioni (di cui 8 per finanziare i cantieri) prevede, oltre all' assegnazione dei restauri, anche la gestione per vent' anni dei novemila metri quadrati del corpo centrale della Villa Reale. 
È solo un rapporto metaforico quello esistente nelle furibonde polemiche nate intorno ai nuovi progetti dell’area Ex Enel di Milano per una maggior condivisione e l’apertura dei cantieri per il primo lotto dei lavori di restauro in concessione della Villa Reale di Monza? Che questo rapporto fosse legato a una singolare congiuntura procedurale: per la prima con il deposito della pratica edilizia Ex Enel espletata dal Comune il 26 luglio e pubblicata nel mese di agosto per le osservazioni (nonostante l'escamotage per pratiche di questa entità fosse già stato sanzionato da varie sentenze), per la Villa Reale con la conferenza di servizio chiusasi in mezz’ora e protocollata il 23 dicembre 2011 con decorrenza di 10 giorni a disposizione per le eventuali osservazioni). Qualcuno potrebbe parlare di sfortunata coincidenza (o di consumata malizia) e sfruttare il luogo comune che vuole sempre identificare la critica al servilismo partigiano o all’intrigo politico da schieramento, piuttosto che a un generale e diffuso allarme nei confronti della democrazia e della convivenza civile del libero cittadino, con gli occhi ben aperti sulla realtà.
La critica serve ad allontanare il fastidioso impulso a generalizzare nel qualunquismo l’ennesima vicenda di delegittimazione del progetto e della sua controparte razionale e poetica, ovvero l’architetto, mediatore e leggittimatore dell’opera nel suo transito alla società. Tradizionale cerniera tra sapere tecnico-scientifico e cultura umanistica, l’architetto è il mediatore culturale che si occupa di concretizzare il progetto in una visione, di traghettare i capitali investiti alla concretezza dell’opera, è la figura professionale che deve rispondere alle domande sintetiche e vitali che circondano la curiosità verso l’opera, i suoi contenuti, la destinazione d’uso. In questa accezione si identifica il ruolo dell’architetto come pubblico ufficiale e l’architettura come bene pubblico. L’imbarazzo generale che circonda il progetto di restauro e valorizzazione del primo lotto di lavori della Villa Reale di Monza, operazione da 50 milioni di euro compiuta nella completa assenza di contenuti storico-critici condivisibili, accessibili e scientificamente controllabili (contenuti, sia detto per inciso, contro i quali si sono invece espressi, sollevando dubbi e perplessità, numerose firme), non è infatti equilibrato dalla percezione schietta dai valori intrinseci della sua destinazione eminentemente pubblica, dal suoi contenuti civici e dalla ricchezza dei suoi apporti conoscitivi. La percezione negativa del progetto, malgrado quanto sostenuto dai suoi sostenitori e dalla loro raffazzonata comunicazione, si scontra con casi ormai collaudati come quelli di Venaria e di Versailles, che ci dimostrano come sia possibile conciliare in modo equilibrato proprietà pubblica e gestione privata, senza scadere in mere opportunità di cantierizzazione, merchandising e franchising culturale. In questo caso siamo inoltre di fronte all’ennesimo “museo a nostra insaputa” (come dimostra la vicenda di Palazzo Reale, il termine dei lavori principali di restauro non coincide con la fine delle polemiche sulla valorizzazione e gestione, e la Cittadella della cultura all’Ansaldo e il fantomatico MAC di Libeskind a City Life) con l’evidente imbarazzo di chi ha interesse a radicalizzare il dibattito per nascondere i veri obiettivi dell’operazione, o all’opposto la mancanza di contenuti, che dovrebbero essere il primo veicolo di promozione del progetto e della sua naturale legittimazione. Il livello della comunicazione si è invece assestato su una linea di basso profilo, estremamente carente nei contenuti, peraltro limitati allo standard opaco tipico delle iniziative immobiliari di lusso a sfondo speculativo, fatte di grandi promesse e slogan imperniati sull’idea di prestigio internazionale per pochi, nel quale è difficile, se non impossibile, vedere adeguatamente rappresentato il dettato dell’art. 9 della costituzione.
La cultura, la tradizione e il pensiero italiano della conservazione viene messo in ombra anche dal silenzio del professor Carbonara, già presidente del Consiglio superiore dei beni culturali per l’architettura, vincitore del concorso internazionale del 2005 (non senza qualche strascico polemico). In un recente incontro pubblico, Carbonara non ha voluto parlare del progetto o della sua attuale riconfigurazione, esprimendo un imbarazzo che è difficile non interpretare come una sconfessione, dovuta all’involuzione dei suoi principi ispiratori poi declinati e rivisti dal soggetto attuatore, il factotum della Regione Lombardia, vale a dire Infrastrutture Lombarde. Anche secondo l’associazione «La villa reale è anche mia», la comunicazione al pubblico si è sviluppata senza la necessaria trasparenza e conoscenza del progetto, attraverso un deciso ostruzionismo da parte del soggetto attuatore, che ha impedito la fisiologica dialettica e informazione necessaria per un progetto a finalità pubblica: «Inizialmente il filtro è stato totale, nel senso che abbiamo dovuto chiedere più volte documenti che ci sono stati dati con ritardo e solo dopo aver molto insistito. Avevamo chiesto agli enti concedenti (in particolare all'allora direttore del Consorzio Petraroia al sindaco di Monza, all'assessore al Parco Maffè) di partecipare a un incontro pubblico sul progetto, che ci è stato negato sulla base della considerazione che il tutto sarebbe stato reso pubblico a firma della concessione avvenuta. Peraltro, nemmeno dopo questo passo è stata fatta alcuna presentazione pubblica del progetto e l'informazione è stata fatta solo attraverso gli interventi, nostri e di un sindaco estremamente offensivo». L’associazione si è anche impegnata in una complessa verifica sia della legittimità formale (da cui è scaturito un ricorso al TAR), sia del piano economico presentato, rilevandone ambiguità e contraddizioni, che non sono state ancora smentite direttamente: «Nessuna delle eccezioni da noi sollevate sui conti e, soprattutto, su chi eserciterà il controllo e la vigilanza sia sui lavori che sulla successiva gestione delle attività è stata smentita se non attraverso formule ben poco rassicuranti del tipo: "sono ottimista di natura" (l'ing. Navarra, concessionario, giovedì scorso), "Sono pronto a scommettere sulla Villa" (Formigoni, giovedì scorso). In realtà, secondo quanto apparso sulla stampa e da noi denunciato, un rapido confronto fra altre realtà a cui noi facciamo riferimento (come Versailles e Venaria) rende evidente la nullità  del Consorzio, l'ente che dovrebbe garantire il controllo, costituito in tutto da 3 persone (il direttore e due dipendenti) che, peraltro, "assorbono" circa 360.000 euro per stipendi».
Bisogna constatare, con una certa amarezza, che anche in questo caso lombardo vanno configurandosi alcune situazioni ricorrenti dei nostri “mali culturali”: mancate chiarezza, trasparenza e concorrenza nei rapporti con il privato (la questione parte dall’organizzazione delle mostre, dagli acquisti, dalla vendita di pubblicità per i restauri, fino ai grandi contratti di restauro e valorizzazione), fino all’evidente crisi di contenuti e credibilità di un’azione congiunta di tutela tra organi di controllo nazionali (soprintendenze) e locali (amministrazione) che, specie in Lombardia, con le note e diverse vicende dei parcheggi (soprattutto i casi di Sant’Ambrogio e della Darsena), sancisce una potenziale pericolosità del connubio tra indifferenza ministeriale e pressioni dei poteri locali, il cui risultato di monetizzazione e cantierizzazione, nel nome del fare, viene poi spacciato e scambiato con la valorizzazione di alto profilo culturale.
Valorizzazione: termine che rischia di diventare una coperta troppo ampia, sotto la quale far passare tutto e il contrario di tutto, dal polo culturale al museo del salame Varzi. All’associazione non hanno dubbi: «Il progetto è rimasto sostanzialmente quello originario nel suo significato profondo di "valorizzazione" del bene culturale nel senso di un suo sfruttamento intensivo a vantaggio del privato, a danno della fruibilità pubblica - dunque in contrasto con l'art. 9 della Costituzione e con il Testo Unico dei beni Culturali - e della dignità dell'intero complesso che si estende ben oltre la parte centrale della Villa che risulta ridotta a "spezzatino" da questa concessione». Sulla scorta di queste preoccupazioni e con una sempre maggiore partecipazione e coinvolgimento della società civile e dell’associazionismo locale, si apre il confronto: «C'è stata una grande partecipazione emotiva con la raccolta di oltre 13.000 firme di cittadini e di oltre 100 personalità del mondo della cultura e dell'arte fra cui due premi Nobel (Rita Levi Moltancini e Dario Fo). Il fronte è stato trasversale: la votazione dell'ordine del giorno contro la concessione è stata persa per un solo voto, raggruppando, oltre l'opposizione anche consiglieri di FLI, di Forza Lombarda, dell'UDC».
Stando alla situazione configurata e alla carenza di risposte concrete, non era difficile prevedere che si sarebbe agito di conseguenza: «Abbiamo presentato ricorso al TAR che ha al centro il ruolo ineludibile del Belvedere come elemento centrale di ordine paesistico dell'intero complesso (che invece sarà trasformato in ristorante 3 stelle), la garanzia della fruizione pubblica e della destinazione culturale preminente, con un ruolo esclusivamente sussidiario di servizi aggiuntivi (libreria, caffè, ristorante, etc.). Il Consorzio è pesantemente condizionato dagli attori politici (enti proprietari, Comune di Monza, Comune di Milano, Regione Lombardia, non sempre d’accordo…), anche con tutte le migliori volontà il rischio divieti incrociati è estremamente presente. A quanto ci risulta, non esiste un programma coerente di valorizzazione, né uno studio di fattibilità a meno che non si scambino con questi presupposti  dichiarazioni generiche del tipo: Villa Reale, non solo mostre, ma anche moda e antiquariato,come quelle fatte recentemente». A questi problemi per così dire «interni» si aggiungono quelli di contesto e a carattere ambientale, che sottolineano la mancanza di coordinazione e programmazione di una coerente politica territoriale di tutela e valorizzazione. Proprio il PGT di Monza, archiviato il progetto Benevolo, è al centro di un braccio di ferro per allontanare l’ennesima ondata speculativa che lambisce il Parco e il suo contesto territoriale: «a questo proposito si sottolinea che con il progetto non c'è alcun livello di integrazione territoriale, tanto più che la variante di PGT, oggetto di scontro frontale fra comitati di cittadini e amministrazione, dovrà essere deciso entro il 17 marzo con l'approvazione o meno della variante medesima, e prevede per alcune aree del parco - fra cui la Villa, l'autodromo, il golf e il tennis club - la preoccupante destinazione ad area per attrezzature sportive/di interesse collettivo. Dove, per inciso i valori espressi sembrano appiattirsi nel consueto carattere commerciale di lusso speculativo, la cui sostenibilità economica, ma anche etica è tutta da verificare», ai quali bisogna aggiungere un’altra sconcertante constatazione, in spregio alla cosiddetta sussidiarietà: la sostanziale indifferenza di questi “grandi progetti” nei confronti della realtà economica e produttiva locale, coinvolta solo in modo sommario e indiretto, senza l’attivazione strutturale di virtuosi processi di economie di scala: «Al momento quel che è certo è che il tessuto produttivo locale è stato del tutto escluso da questa scelta, anche se avrebbe avuto ragione di esserci non foss'altro che per il fatto che la Brianza pullula di aziende che avrebbero potuto essere interessate e formate al recupero del bene, capitalizzando anche nuove professionalità e competenze e fornendo occasione di sviluppo«.

di Davide Borsa, edizione online, 5 marzo 2012


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