
Venezia. Ai Giardini di Castello, con la beata ma illuminata innocenza dell’infanzia, un bambino deportato alla vernice della Biennale dai giovani genitori esibizionisti, chiedeva alla mamma: «E adesso in quale casa andiamo?». Si riferiva, ovviamente, ai padiglioni nazionali, ma contemporaneamente sottolineava uno dei due temi principali della Biennale di Venezia 2011, ossia la mostra come luogo abitato e abitabile dagli artisti e dall’arte. «Dove ti senti a casa?» era del resto una delle cinque domande del «questionario» che la curatrice Bice Curiger aveva diramato a tutti gli artisti partecipanti. E gli artisti hanno risposto a parole (nel catalogo) e in opere. I quattro «parapadiglioni» commissionati dalla Curiger a Franz West, Song Dong, Monica Sosnowska e Oscar Tuazon per ospitare lavori di colleghi sono soltanto l’aspetto più evidente (e un filo retorico) della questione.In giro per la mostra sono numerose le opere che tentano di affrontare la relazione tra arte e spazio architettonico (eterno rovello: e in giro di Leon Battista Alberti e Lucio Fontana ce ne sono pochini), sia nella mostra «ILLUMInazioni» sia nei padiglioni nazionali.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)