
Francoforte sul Meno (Germania). La costruzione della nuova sede della Banca Centrale Europea sulla riva del Meno e, poco oltre, il processo di ricostruzione in chiave storicistica di una cospicua porzione dell’antico centro: tra questi due poli, da intendersi innanzitutto come orizzonti culturali, opposti e complementari, oscilla il destino della città e della sua architettura.
Avviato nel 1998, il progetto per la nuova torre della BCE ha avuto un iter lungo, che solo recentemente ha portato alla posa della prima pietra. Il progetto è di Coop Himmelb(l)au, vincitori di concorso nel 2004. La scelta del sito è strategica per le relazioni visive che la nuova torre, alta circa 185 m, instaurerà con il paesaggio fluviale e con il vicino quartiere dei grattacieli, così come rispetto alle prospettive di crescita di un’area, quella dell’Ostend, non ancora pienamente coinvolta dallo sviluppo urbano malgrado la facile accessibilità dal centro. Coop Himmelb(l)au enfatizza la radicalità del rapporto vecchio-nuovo: il grattacelo dall’involucro irregolare, smaterializzato nella lieve torsione delle sue superfici, avrà infatti come ampio corpo d’ingresso il vecchio mercato costruito da Martin Elsässer nel 1928, quando responsabile per l’architettura della città era Ernst May.
Il rapporto vecchio-nuovo è anche al centro del processo di ricostruzione dei circa 7.000 mq (21.000 di superficie costruita di cui 12.000 residenziali, 6.000 commerciali e 3.000 per cultura e intrattenimento) della Francoforte prebellica, incuneati tra il Duomo e il Römerberg. Diversamente dal precedente, questo caso implica tuttavia un’ampia operazione di abbattimento e ricostruzione finalizzata al ripristino della struttura urbana e di talune singole architettura della città antica. Vecchio al posto del nuovo o nuovo al posto del vecchio? Il labirinto retorico che ne scaturisce crea un certo scompiglio.
L’incipit alla controversa ricostruzione è del 2004, con la decisione di abbattere l’ingombrante sede degli uffici tecnici municipali edificata solo trent’anni prima. Secondo un piano di massima già approvato, dall’area liberata verranno ricavati più di 30 nuovi lotti che ricalcheranno la morfologia della città medievale.
La delicatezza del compito ha richiesto la formazione di una srl a capitale comunale (la Dom-Römer GmbH) incaricata di gestire l’intero iter: dalla progettazione alla commercializzazione dei nuovi edifici. Guidata dall’esperto developer Michael Guntersdorf, a fine marzo la società ha reso noti i nomi dei 36 studi di architettura selezionati (più 13 menzionati; tutti tedeschi con qualche svizzero, unico italiano Francesco Collotti) al termine di un concorso che nell’autunno scorso ha raccolto più di 180 partecipazioni internazionali, vagliate dalla giuria presieduta dall’architetto francofortese Christoph Mäckler. I risultati mostrano l’agio e la coerenza delle proposte (da maggio esposte al pubblico) nel perseguire la mimesi della città storica, in pieno accordo con le rigide prescrizioni formali imposte dalla Municipalità. Un’ulteriore scrematura, a cura dei «responsabili politici» dell’impresa, sancirà definitivamente i progettisti dei 27 lotti in concorso. Altri sette lotti, esclusi dalla competizione, saranno invece oggetto della ricostruzione filologica delle case a traliccio che vi insistevano.
Sin dai suoi primi passi, il progetto per la Dom-Römer-Areal ha trovato un energico promotore nella società civile, capace di esercitare forte influenza politica. «Principale catalizzatore delle istanze più radicali della ricostruzione storicistica», l’impegno diretto della popolazione è stato accompagnato dalla formazione, nel 2004, di una tribuna ad hoc:l’Altstadt Forum. Tra i suoi sostenitori figurano la storica Lega degli Amici di Francoforte, l’Associazione dei Commercianti e il City-Forum Pro Frankfurt, il cui obiettivo precipuo è l’incremento dei valori economici, favoriti, come pare di capire, da vicoli stretti e tetti aguzzi.
L’unica assemblea locale scettica in proposito è quella degli architetti, dalle cui fila si sono levate voci contrarie e proposte alternative. In ambito urbano, tuttavia (come sottolinea, tra gli altri, Albert Speer Jr. scrivendo del rapporto tra storia e progetto) è la politica ad avere l’ultima parola: a Francoforte ciò accadeva già ai tempi del dogma modernista, propugnato a partire dal 1952 dal sindaco Walter Kolb, e lo stesso, mutatis mutandis, accade ora che il bisogno d’identità ha sostanzialmente soppiantato le istanze di un rinnovamento diventato presto obsoleto.
Le prime inaugurazioni della Dom-Römer si prevedono nel 2013, in fortuita concomitanza con l’entrata in funzione della nuova sede della Bce. In attesa che i tempi brevi dei bilanci economici sanciscano il successo di entrambe le imprese, ci si augura che all’architettura riesca questa volta d’inserirsi in una durata appena un po’ più lunga di quella che il secolo scorso le ha concesso; a tutto vantaggio di quel senso d’identificazione nella città tanto spesso invocato.