
Difficile narrare Bologna portando il discorso al di fuori dello scrigno del centro storico che Louis Khan definiva il migliore fra i tanti italiani dopo quello veneziano. Vien voglia di farlo approfittando dei mutamenti di scenario e dell’accavallarsi generazionale, chiedendosi quali siano le tracce di un possibile mutamento e, soprattutto, se ve ne sia uno. Consuntivi generici ma forse necessari.La recente scomparsa dell’architetto Ferdinando Forlay pone definitivamente i sigilli a un’epoca: quella degli epigoni locali. Quella dei grandi professionisti che hanno fatto da tramite con la storia del Moderno, di cui la città aveva percepito notevoli «bagliori» antebellici, rimasti poi tali o poco diffusi anche quando di qualità. Come l’opera di un Giuseppe Vaccaro mai totalmente compreso, bollato dallo stesso Bruno Zevi come autore di un barocchetto passato a un modernism giunto ad ammaliare gli stessi Venturi (Robert e Denise), in studio con lui a Roma proprio come lo fu Forlay, anni prima, a Bologna. Il dopoguerra bolognese ebbe i suoi protagonisti.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)