
A volte fa effetto notare come un edificio non ancora ultimato possa suscitare un interesse, addirittura un entusiasmo, che viene meno quando il lavoro è completo. A cinque anni dalla mia recensione, sempre per questo Giornale, del Denver Art Museum progettato dallo studio di Daniel Libeskind, quando alcune travi d’acciaio a vista si sovrapponevano conferendo ancora energia al cantiere frenetico, trovo solo un mucchio di forme esplose in maniera stravagante, insulsamente avvolte in un cartone marrone trapuntato (o è titanio?) senza motivo apparente se non costosa vanità. Quando ho chiesto al tassista, uno studente di fisica etiope, di portarmi al museo, lui non ricordava come fosse fatto. Al mio provocatorio «l’edificio strampalato», lui ha subito risposto: «Ah, sì, quello che sta per crollare?». In effetti la mia prima sensazione è stata quella di una struttura che, nel migliore dei casi, evocava lo schianto di un aereo a opera di Roy Lichtenstein. Le travi vibranti che trasudavano un senso di solidità tettonica e di virtuosismo erano sparite.
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(il testo integrale è disponibile nella versione cartacea)