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Ali antiche per L’Aquila viva?

Che cosa si fa, di solito, per le «emergenze» del patrimonio storico? Ancor meglio che in altre occasioni, lo si è visto all’Aquila: a più di due anni dal sisma, si vede soprattutto il disagio di persone poste presto in apposite casette antisismiche, ma anonime e lontane dal contesto storico della loro vita quotidiana. Come in molti dei disastri ambientali che segnano i nostri territori storici, neppure all’Aquila, prima del terremoto, c’è stata avvertenza per le quotidiane emergenze del patrimonio storico degradato ed erano state trascurate le reiterate indicazioni per la prevenzione e la manutenzione, ripetute anche dall’Istituto centrale del restauro soprattutto nel decennio della direzione di Giovanni Urbani (1973-1983; cfr. G. Urbani, Intorno al restauro, Milano 2000).
A ben vedere mancano le competenze per promuovere «le condizioni della durabilità dell’arte»: soltanto la distruzione è emergenza, non la quotidiana limitazione dei fattori che provocano il continuo degrado di tutti i materiali (compresi quelli di storia e d’arte). Così, anche all’Aquila, ancor prima di completare il recupero di tutti gli oggetti sepolti dalle macerie, si è cominciato qualche «grande restauro» e qualche «grande realizzazione»: purché da inaugurare.
Sappiamo che, in passato, già altri terremoti investirono l’Aquila con esiti non meno distruttivi. Allora, peraltro, era normale salvare i materiali costitutivi mediante il rinnovo di forme che mantenessero le funzioni per le quali erano state prodotte. Questa «cultura» non è più condivisa da tempo, ma anche lo storicismo non è più così dominante. A fronte di questa realtà, non è proprio proponibile una riflessione che renda verificabile l’ipotesi: un disastro immane può essere affrontato con scelte inusuali? Certo, gli aquilani vogliono scelte rapide e innovative, compreso l’esito che il «senso della storia» non consente: L’Aquila nuova. Ma perché non pensare a fare nuova L’Aquila con i suoi stessi materiali antichi? Per quanto non più usuale, qui si propone di fare il nuovo con antiche tecniche costruttive e materiali edilizi antichi. Ma senza rinunciare a nuove tecnologie compatibili con l’antico. Prospettiva, questa, che comporta almeno: 1) lo studio non occasionale (e non solo accademico) dei materiali e delle tecniche esecutive dell’edilizia storica aquilana; 2) l’adattamento delle nuove tecnologie di consolidamento e di rafforzamento statico alle peculiarità materiali degli antichi edifici (in modo che il nuovo non neghi l’antico, né lo stravolga); 3) la maturazione di nuove capacità progettuali per realizzare il nuovo con tecniche e materiali antichi; 4) il recupero (culturale e operativo) di antiche competenze artigiane; 5) la predisposizione di nuove tecnologie adeguate ad assicurare piena funzionalità alla quotidiana abitabilità degli edifici storici.
Se un’ipotesi di questo genere (peraltro presente anche nelle Carte dedicate alle ricostruzioni postbelliche: da Dresda 1982, a Riga 2000, a Portoroz 2001) potesse essere attivata, forse potrebbe diventare possibile avviare presto la completa ricostruzione dell’Aquila: abbattendo ciò che non si regge e ricostruendo, con gli stessi materiali, ciò che deve sapersi reggere autonomamente anche in caso di nuovo terremoto. Se davvero ci fosse chi voglia e sappia coniugare gli antichi materiali e le antiche tecniche costruttive con le nuove tecnologie, forse L’Aquila potrebbe riprendere vita con rinnovate «ali antiche».

di Pietro Segala (Brescia), da Il Giornale dell'Architettura numero 98, ottobre 2011


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